Conosci te stesso

Conoscere sé stessi può sembrare semplice, in fondo l’età che abbiamo ci dice da quanto tempo conviviamo con noi stessi. La capacità riflessiva sicuramente è un ottimo punto di partenza, ma a volte non è sufficiente.
Solitamente comprendiamo di non conoscerci a sufficienza quando accade qualcosa che sconvolge il nostro equilibrio. Ad esempio, ti è mai capitato di sentirti talmente arrabbiato, agire in modo che non è conforme alla tua normalità e dirti: “ero irriconoscibile” o “non so che mi è preso”? O anche quando ci innamoriamo “follemente” può accadere che agiamo in maniera diversa, ti sei mai detto: “ho perso la testa per quella persona”?
La buona notizia è che non perdiamo la testa, ma in quel momento comprendiamo che non tutto in noi è gestito dalla coscienza, dall’Io. A volte emergono contenuti psichici a noi sconosciuti o poco conosciuti.
Nella mia analisi personale e nel mio lavoro da psicologa ho avuto la possibilità di conoscere alcune figure interiori che a volte, in maniera totalmente autonoma, possono prendere il sopravvento su di noi. Per capirci: si può parlare di bambino interiore (che richiede affetto e può agire anche in maniera impulsiva, addirittura aggressiva, per ottenere ciò che chiede), così come di giudice interiore (una sorta di moralità che in maniera rigida può giudicare noi stessi e gli altri), possiamo incontrare una guida spirituale e molte altre figure ancora.
Attenzione: non sto parlando di frammentazione dell’identità, piuttosto mi riferisco a quanto la nostra mente è più complessa di ciò che possiamo immaginare, di quante sfaccettature possa proporci di noi, e di conseguenza di quante risorse interne non sappiamo di possedere.
Ti propongo la visione di James Hillman, psicoanalista a orientamento junghiano, che ho trovato nel suo libro “Le storie che curano”, illuminante su questo punto.
Hillman inizia col raccontare che dopo la rottura tra Freud e Jung, quest’ultimo si è trovato spiritualmente solo ed ha iniziato a rivolgersi alle sue immagini interne. Se per molti in questa occasione c’è stato il suo “crollo”, Hillman propone che proprio lì è iniziato il suo percorso di guarigione. In questo percorso interiore Jung ha incontrato personaggi simbolici come Filemone, Salomé, un serpente nero. Proprio questi personaggi gli hanno fatto notare che:
“vi sono cose della psiche che non sono prodotte dall’Io, ma che si producono da sé, e hanno una vita propria”.
“Conosci te stesso” per Jung vuol dire diventare familiari con i propri dèmoni (termine greco proveniente da Daimon, con il quale si intende un’entità interna): ascoltarli, distinguerli, conoscerli. Con l’avvento della cristianità i dèmoni non sono visti come qualcosa di buono: sono caos, terrifici, tentazioni. Qui ci si riferisce al mondo che precede e parallelo alla nascita della cristianità (quello di Omero, Platone, Plutarco ecc.) secondo cui “i daimones erano figure del regno intermedio, non del tutto Dei trascendenti, non del tutto esseri umani corporei; e ce n’erano molte specie: benefici, terrificanti, messaggeri, mediatori, voci di guida e di ammonimento. Anche Eros era un daimon.”
I dèmoni sono figure autonome, in grado di modificare o addirittura dominare i nostri pensieri e sentimenti, e si trovano in una regione intermedia della realtà psichica, tradizionalmente chiamata “anima”. Jung disse che si è rapportato a queste figure come se fossero persone reali. Hillman sottolinea come la chiave è quel come se: “la realtà metaforica del ‘come se’, non reale letteralmente (allucinazioni, o gente per la strada), né irreale/non reale (‘pure’ finzioni, proiezioni che io invento come parti di ‘me’, illusioni autosuggestive).” Queste figure sono allo stesso tempo delle potenze autonome, che possiamo sentire pienamente, e immaginarie.
Come possiamo conoscere noi stessi?
Hillman suggerisce che potremmo chiedere ad altri, fare dei test di personalità, cercare di ricordare associando a ritroso la nostra storia; la psicologia privilegia il metodo dell’introspezione. Eppure tutti questi metodi per Hillman non possono portarci ad una conoscenza del profondo.
Bisogna spendere qualche parola in più per l’introspezione: è un tentativo della coscienza di oggettivare/sistematizzare, ma proprio perché attuata dalla coscienza non può che essere razionale e non tiene quindi conto di quel vasto e per lo più sconosciuto mondo che è l’inconscio.
Come andare nel profondo?
Rivolgersi all’immaginazione non è introspezione, bensì asserisce Hillman che è una capacità negativa: “una sospensione volontaria della sfiducia in quei personaggi e della fiducia che invece abbiamo in noi stessi in quanto loro autori.” Insomma, bisogna relativizzare l’autore, cioè noi stessi. Jung per far questo configura il metodo dell’immaginazione attiva, tramite il quale si fluttua tra la perdita di controllo e il dare voce ai personaggi. L’atto di continuare a narrare e a immaginare può aprire nuove porte d’accesso a questa conoscenza profonda. Difatti l’insegnamento di Filemone dato a Jung è: “non siamo noi gli autori della rappresentazione teatrale che è la psiche”.
Hillman ci dice che queste figure provengono dalla “terra dei morti”, ovvero la terra degli antenati, che siano questi di sangue o archetipici. Ci offrono l’occasione di conoscere come la storia e la cultura operano in noi. L’interazione adatta da avere con loro è quella di un interesse reciproco: “le nostre immagini sono i nostri custodi, così come noi lo siamo di loro”.
Capiamoci: Le immagini non hanno un potere curativo magico, questo vorrebbe dire accostarsi a loro con latria, cioè venerazione religiosa, in attesa di una loro risposta, non sono messaggi magici dell’inconscio o rivelazioni divine. Piuttosto dipingere l’immagine, o parlare con essa in una poesia, è un atteggiamento di dulia, quindi mettersi al servizio dell’immagine, rivolgerle attenzione e ascoltare cosa può comunicare, come ci fa sentire e a partire da questo avviare una riflessione. Il lavoro dell’immagine agisce tramite l’immaginazione e dipende da un senso narrativo. Bisogna prendersi cura delle immagini. Quindi non bisogna vedere gli archetipi come figure trascendenti di Grande Madre, Sé, Anima, in sé inconoscibili e astratte. Piuttosto sono figure numinose perché animate, cioè cariche di anima, quindi è un’avventura con l’immaginale e nell’immaginale che può aprire nuove regioni, nuovi spazi all’anima, restituendole l’antico.
Jung ci dice: “Ogni accadimento psichico è un’immagine e un immaginare”.
È importante tenere presente che le immagini non sono residui di percezioni e non si possono forzare con la nostra volontà. Le immagini sono spontanee, primordiali, sono il materiale dell’anima, anima che si presenta direttamente a noi. Ogni altra cosa (il mondo, il nostro corpo, le altre persone) arriva a noi mediata da queste immagini archetipiche. Sono presenti nelle nostre percezioni, sentimenti e azioni; queste figure determinano il nostro modo di vedere, sentire, pensare e agire. La nostra esistenza è strutturata a partire dall’immaginazione. La psicologia archetipica conduce verso il riconoscimento delle immagini, la riflessione su queste figure e il loro operare sulla nostra realtà. Difatti Jung dice che la psiche crea la realtà, e se la psiche è composta di una molteplicità di immagini, saranno proprio queste a dar luce al nostro mondo.
Quindi il primo compito della conoscenza di sé è conoscere queste premesse, una riflessione su di sé.
Hillman afferma che prima di Freud conoscere se stessi voleva dire conoscere la coscienza dell’Io, con Freud si estese alla conoscenza del proprio passato, con Jung diventa un conoscere archetipico: significa prendere “familiarità con una molteplicità di figure psichiche provenienti da contesti geografici, storici e culturali diversi, da cento canali al di là della mia identità personale.” Per conoscere noi stessi non possiamo prescindere da una conoscenza degli archetipi.
Come entrare in relazione con queste immagini? Jung ci lascia un metodo: l’immaginazione attiva.
Sono necessarie alcune premesse:
- L’immaginazione attiva non è una pratica spirituale o mistica, non mira all’illuminazione. Le immagini, come detto, sorgono spontaneamente, non possiamo né sceglierle né affidarci alla scelta di un maestro.
- L’immaginazione attiva mira al discorso, alla narrazione, è un modo di “mettere in relazione”.
- L’immaginazione attiva non è un metodo da utilizzare con il fine della cura personale o dello sviluppo della personalità, questo vorrebbe dire ridurre le figure a “servi personali” a cui far risolvere i nostri problemi: non si lavora con le immagini attraverso la volontà umana, che vorrebbe dire usare le immagini per accrescere la propria importanza e non per conoscere sé stessi.
Quindi si chiede Hillman “Qual è il suo fine?”. Lascerò rispondere lui:
“In primo luogo essa mira a curare la psiche ristabilendola nel metaxý, donde era caduta nella malattia del letteralismo. Trovare la via che riporta al metaxý, rievoca un modo mitico di immaginare, simile a quello che il Socrate platonico usava per curare le anime. Questo ritorno al regno intermedio della narrativa, del mito, porta a una colloquiale familiarità con il cosmo che si abita. Curare significa così Ritorno, e coscienza psichica significa Colloquio. Una “coscienza guarita” vive in modo narrativo, proprio come le figure che guariscono […].”
Conoscere sé stessi è un processo continuo, interminabile. Nel linguaggio di Jung questo è il processo di individuazione: diventare ciò che si è, tramite la conoscenza delle parti di noi sconosciute che danno forma alla nostra unicità e complessità.
L’essere umano è ciò che la sua coscienza sa di essere, quanto più riusciamo a portare a coscienza nostre parti interne, tanto più saremo vicini ad avere una chiara conoscenza di noi stessi.