Gli stadi della vita

Nel saggio di Jung “Gli stadi della vita” del 1930 lo psichiatra distingue quattro fasi della vita umana: l’infanzia, la giovinezza, la seconda metà della vita e la vecchiaia. In ognuno di questi stadi emergono dei “conflitti” che, secondo Jung, sono funzionali alla presa di coscienza della nostra esistenza e ad un ampliamento della coscienza stessa per poter vivere nel miglior modo possibile.

Infanzia

Nell’infanzia si vive solitamente in maniera più istintiva. Secondo Jung il progressivo e naturale allontanamento dall’istinto genera coscienza. Vivere nell’istinto (in maniera inconscia) è anche vivere in una sicurezza in quanto non ci interroghiamo, non ci poniamo dubbi che genererebbero problemi da risolvere, agiremmo semplicemente secondo la nostra natura. Dubbi, riflessioni ed esperienze pensate appartengono al campo della coscienza.

“Il problema ci conduce a una solitudine in cui non troviamo più né padre, né madre, in un abbandono in cui non ci sorregge più la natura, in cui siamo ridotti alla coscienza di noi stessi, alla sola coscienza di noi stessi. Non possiamo far altro che porre decisioni e soluzioni coscienti al posto dello svolgimento naturale dei fenomeni. Ogni problema è, al tempo stesso, una possibilità di espansione della coscienza, unita all’obbligo di dire addio a tutto quanto in noi v’è ancora d’incoscienza infantile e istintiva.”

Il porci dei problemi ha quindi un duplice aspetto: da un lato riguarda l’abbandono del paradiso dell’incoscienza infantile e dall’altro la possibilità di ampliare la nostra coscienza. Ognuno desidererebbe allontanarsi il più possibile dai dubbi, e che la vita sia semplice e senza ostacoli. Tuttavia Jung afferma che le certezze possono provenire solo da dubbi precedenti. L’esperienza è il risultato della riflessione nata da una complessità. La soluzione per generare maggiore sicurezza è ampliare la coscienza, così da comprendere dentro noi ogni esperienza: non c’è gioia senza tristezza, non c’è soddisfazione senza fatica.

I bambini iniziano a prendere coscienza riconoscendo gli oggetti (fisici e psicologici) e differenziandoli da loro stessi. Ogni nuova percezione verrà relazionata a quelle precedenti. Noi “conosciamo” attraverso la relazione tra i contenuti psichici: così si genera coscienza. Nel bambino questi contenuti andranno a formare la sua rappresentazione di sé: l’Io.
Nell’infanzia gli ostacoli esterni sono per lo più a carico dei genitori, il bambino incontrerà il problema nel momento in cui una dinamica dolorosa esterna andrà ad intaccare le tendenze soggettive, quando cioè diviene interna. Quando si andrà a contrapporre all’Io una serie di altri contenuti di eguale intensità (si potrebbe dire un secondo Io), e quindi un disaccordo con sé stessi, emergerà una coscienza della dualità e così si perviene alla giovinezza.

Giovinezza

Nell’epoca della pubertà inizia una differenziazione cosciente dai genitori. In questa fase Jung riconosce una problematica per la maggior parte degli individui:
“le esigenze della vita che spesso spezzano brutalmente i sogni d’infanzia. Se l’individuo è sufficientemente preparato, il passaggio alla vita professionale può aver luogo senza difficoltà. Ma se egli ha illusioni in contrasto con la realtà, allora sorgono dei problemi”.

Ognuno di noi ha un’idea o delle aspettative sul proprio futuro. I problemi a cui fa riferimento Jung si generano in due contesti: nel momento in cui queste idee si rivelano in contrasto con le condizioni esterne (speranze, sottovalutazioni, ottimismo/negativismo ingiustificato) oppure se ci sono difficoltà psichiche intime (conflitti interiori, senso d’inferiorità, turbamenti dell’equilibrio psichico). Jung individua un elemento comune alle varie tipologie di problematiche della gioventù: la misura in cui siamo attaccati allo stato infantile di incoscienza. Lo psichiatra parla di “forze” dentro di noi e intorno a noi che ci spingono verso il mondo, mentre qualcosa internamente desidera rimanere nello stato infantile. Qualcosa in noi desidera essere cosciente solo del proprio Io, tendendo a respingere o a controllare ciò che è esterno. Un desiderio di realizzazione del proprio Io senza tenere in considerazione quanto c’è al di fuori.

La preferenza, come detto, è quella di avere una vita semplice e non porsi problemi. Rimanere in uno stadio in cui la coscienza è limitata, una fase precedente a quella duale in cui emerge il non-Io (l’estraneo), e non procedere verso la consapevolezza del fatto che anche il non-Io è parte di noi.
La caratteristica principale di questa fase è quindi per Jung una resistenza (intesa come difesa) all’espansione della vita. Sul versante opposto un’altra difesa che si può organizzare è quella di immergersi nel nuovo fuggendo dal passato. In entrambi i casi si rimane al sicuro in una limitazione della coscienza. È vero, si può trovare il modo di adattarsi alla società limitandosi a ciò che è senza complicazioni, tuttavia questo avverrebbe a discapito della costituzione della propria personalità.
La maturità si raggiunge quando, attraverso la risoluzione dei conflitti e dei contrari, vi è la disponibilità interiore ad ampliare la coscienza.

“Il problema viene risolto adattando le condizioni del passato alle possibilità e alle esigenze dell’avvenire. Ci si limita a ciò che può essere raggiunto; psicologicamente è una rinunzia a tutte le altre possibilità psichiche. Vi sono di quelli che perdono in tal modo una parte preziosa del passato, e c’è chi perde invece una parte preziosa dell’avvenire.”
Il significato dei problemi della vita, secondo Jung, non risiede nella loro soluzione, ma “nell’attività che infaticabilmente noi spendiamo a risolverli. Soltanto ciò serve a preservarci dall’abbruttimento e dalla fossilizzazione”.

Creare un’esistenza personale e sociale tramite questi conflitti è un lavoro enorme. Riguarda contemporaneamente conflitti interni ed esterni. Da questo lavoro emergono ideali, convinzioni e attitudini che ci accompagnano nella nostra esistenza. Lo psichiatra avvisa tuttavia di non dimenticare la propria personalità mettendola in secondo piano rispetto agli scopi sociali.

Seconda metà della vita

Tra i 35 e i 40 anni ci si prepara ad una profonda modificazione dell’anima: una trasformazione che parte dall’inconscio. Avviene una lenta modificazione del carattere: possono ricomparire tratti dell’infanzia, sbiadire interessi avuto fino ad allora ed emergerne altri. Jung ravvisa essere frequente in questa età l’assunzione di una forte rigidità nelle convinzioni e nei principi morali, che può arrivare fino a intolleranza e fanatismo. I turbamenti nevrotici nell’età adulta, secondo Jung, “hanno la caratteristica di portare la psicologia propria della gioventù oltre la soglia dei quarant’anni.”

La persona nevrotica non riesce nel presente come vorrebbe e non ha modo di rallegrarsi del passato. Prima non poteva staccarsi dall’infanzia, poi dalla gioventù; sembra come se non potesse entrare in ottica della vecchiaia (prospettiva insopportabile) e prova ad attaccarsi al passato. Così come il fanciullo può regredire spaventato dalla vita che lo aspetta, l’adulto fa lo stesso davanti alla seconda metà della vita, rifugiandosi in un passato prezioso di cui sente non poter fare a meno.

La difficoltà riguarda l’accettazione del corso dell’esistenza: come il sole che nasce dall’oscurità dell’inconscio, accresce piano piano la sua estensione per arrivare allo zenit, entra in una fase decrescente in cui ritira i raggi e diviene sempre più freddo fino all’estinzione.

“Ma in noi v’è qualcosa di simile al sole, e il mattino e la primavera, la sera e l’autunno della vita non sono semplici discorsi sentimentali, ma verità psicologiche, anzi ancor più, essi sono persino realtà fisiologiche, poiché quando si oltrepassa il mezzogiorno della vita anche i caratteri fisici mutano.”

La gravità sta nel fatto che tendiamo a vivere ignorando la realtà di questi cambiamenti, giungendo quindi impreparati alla seconda metà della vita. La tendenza è quella di utilizzare ideali, preconcetti, validi in un’altra fase della vita: “Non è possibile vivere la sera della vita seguendo lo stesso programma del mattino, poiché ciò che sino ad allora aveva grande importanza ne avrà ora ben poca, e la verità del mattino costituisce l’errore della sera.”

Per questo è importante trovare un significato al pomeriggio della vita: affinché non sia un’appendice del mattino.

Vecchiaia

Difficoltà maggiori le incontra chi nella vecchiaia non vede altro che una diminuzione della vita. Chi non ha esaurito gli obiettivi della prima metà della vita, non riesce a vedere nella calma della vecchiaia un’importante acquisizione. Il rischio è quello di arrivare alla vecchiaia pieni di desideri non realizzati e ciò costringerebbe l’individuo a guardarsi indietro. Tuttavia è un atteggiamento dannoso: si ha bisogno di prospettive nel domani, uno scopo. Per questo, secondo Jung, le religioni (quantomeno quelle della cultura occidentale) tendono a dare la promessa dell’aldilà, uno scopo oltre la vita mortale, regalando una meta da raggiungere anche nella seconda metà della vita.

Da tempo immemore gli esseri umani hanno mostrato la necessità di credere a una sorta di sopravvivenza. Tuttavia l’idea della continuazione della vita dopo la morte appare dubbia, non credibile. La fede oggi è per Jung un’arte difficile, quasi inaccessibile. Ci sono troppe idee contraddittore sull’immortalità, e la scienza (dogma accessibile alla coscienza) non può aiutare. Jung osserva che così come non c’è una prova valida della presenza di un aldilà, non si può nemmeno sapere se non c’è nulla. Tuttavia questo discorso non può avere un esito, perciò Jung fa un passo indietro ed è interessante riportare le sue osservazioni sulla vita più che sulla morte:

“ho osservato che una vita orientata verso uno scopo è, in genere, migliore, più ricca, più seria di una vita senza scopo, e ho pure osservato che è preferibile avanzare seguendo il cammino del tempo, anziché volerne risalire il corso. Per lo psichiatra, il vecchio che non vuole rinunciare alla vita è altrettanto debole e malato quanto il giovane incapace di evolversi. Tanto nell’un caso quanto nell’altro si tratta infatti, in genere, della medesima brama infantile, del medesimo orgoglio e capriccio. Come medico, io sono convinto che è più igienico, per così dire, vedere nella morte una meta a cui tendere, e che vi è qualcosa d’insano nella resistenza che noi le opponiamo e che toglie alla seconda metà della vita il suo scopo. Perciò trovo molto ragionevoli tutte quelle religioni che hanno una meta ultraterrena, non foss’altro che dal punto di vista dell’igiene psichica. Se vivo in una casa sapendo che dopo quindici giorni crollerà sul mio capo, ogni mia funzione vitale sarà disturbata da quest’idea; se invece io mi ci sento al sicuro, posso viverci a mio agio e normalmente. Per la salute mentale sarebbe bene poter pensare che la morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo e sconosciuto processo vitale.”

Secondo Jung, pensare che ci sia qualcosa dopo la morte, anche se non possiamo comprenderlo, può dare un significato alla vita e farci agire di conseguenza. L’intelletto non può avere accesso a questa comprensione ma secondo lo psichiatra esiste una dimensione che lo supera: “le grandi immagini primitive simboliche, più antiche dell’uomo storico, innate in lui sin dalle più remote epoche, che sopravvivono a tutte le generazioni e ricolmano della loro vita eterna le più recondite profondità della nostra anima. Non è possibile che la vita si realizzi in tutta la sua sapienza, se non in accordo con esse; la saggezza è un ritorno verso di esse. Non si tratta in realtà né di fede, né di sapienza, ma dell’accordo del nostro pensiero con le immagini primordiali del nostro inconscio, irrappresentabili progenitrici di ogni idea che possa affiorare alla nostra coscienza. L’idea di una vita oltre la morte è una di queste immagini.”

Per concludere, nella giovinezza e nella seconda metà della vita si riflette sulla coscienza e sui problemi. La vecchiaia e l’infanzia, nonostante siano enormemente diverse, “hanno in comune il fatto d’essere immerse entrambe nell’inconscio psichico. Poiché il fanciullo si sviluppa uscendo dall’inconscio, la sua psicologia, per quanto difficile, è sempre meno difficile della psicologia del vecchio, che rientra a poco a poco nell’inconscio, ove alla fine sparisce.”

Bibliografia

Jung, C. G. (1930/1931/1976). Gli stadi della vita (1930/1931 orig. ed., Vol. Opere 8). (L. Aurigemma, A cura di, & S. Daniele, Trad.) Torino: Bollati Boringhieri.

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